Italia, cedere immobili e municipalizzate non basterà

Italia, cedere immobili e municipalizzate non basterà

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bondLo sapete a quanto ammonta il debito pubblico italiano? A fine maggio era salito al nuovo record storico di 1.966,303 miliardi di euro, rispetto ai 1.949,242 miliardi di aprile, secondo gli ultimi dati di Banca d’Italia. In un mese il debito della Pa è dunque aumentato di 17,1 miliardi di euro circa, una cifra superiore a quanto spera di incassare il neoministro dell’Economia e Finanze (ed ex direttore generale del Tesoro) Vittorio Grilli, che nei giorni scorsi ha rilasciato interviste alla stampa italiana in cui preannunciava l’ennesima (s)vendita di asset immobiliari e di quote di partecipazione nelle (ex) municipalizzate per tentare di ridurre nientemeno che dell’1% il peso del debito in rapporto al Pil, ossia di 15-20 miliardi di euro.

Più facile a dirsi che a farsi e comunque inutile per una serie di ragioni facilmente comprensibile a chi ha una certa dimestichezza con l’aritmetica, in particolare con le sottrazioni e le frazioni: è più facile a dirsi che a farsi perché, come ammette, bontà sua, lo stesso Grilli, già gli esiti di almeno altre due “privatizzazioni” di immobili pubblici (e relative cartolarizzazioni, gestite dalle due società Scip1 e Scip2) hanno avuto esiti di gran lunga inferiori alle attese e col tempo sempre più modesti. Per essere chiari la sola cessione di immobili degli enti previdenziali ha visto tornare indietro all’Inps 542 immobili conferiti a Scip 1 e circa 10 mila conferiti a Scip2, mentre all’Inpdap son tornati indietro 12 mila appartamenti (originariamente ceduti a Scip2) a fronte di poco più di 1.200 immobili collocati per un incasso di soli 93 milioni, circa 77.500 euro per ogni immobile venduto.

Grilli tutto questo lo sa e lo ammette, del resto dopo aver già collocato i “gioielli della corona”, ossia i migliori immobili e la maggioranza di aziende un tempo ritenute, a torto o a ragione, strategiche come Autostrade, Autogrill, Eni, Enel (e Terna), Finmeccanica e Telecom Italia, oltre alle tre ex “banche d’interesse nazionale” (Credit, Comit e Banca di Roma), da vendere è rimasto ben poco di appetibile (Alitalia è andata come andata, Tirrenia rischia di andare anche peggio, mentre cedere quote di Snam o Saipem è una decisione che spetterebbe a Eni  e ai suoi manager e azionisti e non al Tesoro).

Certo, si parla (ma su quali basi non è dato saperlo) di un “interesse” dei fondi sovrani cinesi per una parte del patrimonio immobiliare (che un’indagine parlamentare ha stimato valere in tutto circa 300 miliardi di euro a fronte di 222 milioni di metri quadri) e di investitori russi per le municipalizzate (così da avere uno sbocco sul ricco mercato della distribuzione di gas ed energia), ma a che prezzi verranno effettuate le cessioni resta tutto da vedere. Ma a monte di tutte queste considerazioni resta una constatazione lampante: cercare di ridurre dell’1% l’anno (per i prossimi 10-15 anni) il peso del debito è del tutto inutile se sul debito stesso si continuerà a pagare tassi tra il 3,5% attorno a cui oscillano i titoli a 2 anni e il 6% dei decennali (e quindi, avendo una durata media di poco superire a 80 mesi a fine giugno, ossia 6 anni e mezzo, un costo medio superiore al 5%).

Il vero problema, al di là della meritoria operazione di ristrutturazione della spesa che il governo Monti sembra voler portare avanti e che si è meritata il plauso della stessa Banca d’Italia che nel suo ultimo Bollettino Statistico sottolinea come “in prospettiva l’attività di revisione della spesa, insieme al contrasto all’evasione”, possa “consentire di ridurre le aliquote fiscali, specie sul lavoro, favorendo la ripresa”, è proprio la crescita. Anche perché gli obiettivi di risanamento fiscale imposti dall’Europa (ossia dalla Germania, che continua, dal suo punto di vista anche a ragione, a non fidarsi troppo dei governi del Sud Europa, Roma compresa) sono espressi in rapporto al Pil sia in termini di debito (l’Italia era al 120% a fine 2011, contro un obiettivo europeo di non superare il 60% e studi che dimostrano come oltre il 90% del Pil un debito non sia sostenibile a lungo termine) sia in termini di deficit (per l’Istat si era all’8% a fine marzo, ben distanti dal 3% massimo chiesto dalla Ue).

Il che significa che mentre Grilli si affannerà a cercare compratori per gli ennesimi “saldi di stato”, se il Pil, come teme il numero uno di Banca d’Italia, Ignazio Visco, calerà del 2% quest’anno e resterà in calo anche l’anno venturo, i due rapporti non potranno che peggiorare salvo una nuova stangata fiscale (che però porrebbe ancora più in recessione l’economia, salvo improbabili “boom” delle esportazioni tali da più che compensare il crollo della domanda interna) o una crescita dei prezzi che “spiazzi” i detentori di titoli a tasso fisso. Attualmente l’inflazione è al 3,4%, il che significa che in termini reali lo stato non paga quasi nulla per indebitarsi fino a 2 anni e paga circa il 2,5% per indebitarsi a lungo termine.

Se i mercati crederanno nella ritrovata “virtù” delle italiche genti (e potrebbero farlo visto che l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona con un saldo primario positivo, ossia con entrate fiscali superiori alle uscite correnti al netto degli interessi sul debito pregresso) e alla possibilità di ulteriori riforme strutturali, il giochino potrebbe riuscire, altrimenti si rischia il definitivo inabissamento dell’economia italiana. Il fatto che alcuni “volti noti” come l’ex premier Silvio Berlusconi stiano già preparandosi a tornare in scena l’anno venturo dopo che i “tecnici” avranno fatto il “lavoro sporco” non promette tuttavia a favore della prima ipotesi.

Tanto è vero che già Moody’s ha tagliato il rating sovrano italiano per l’ennesima volta (portandolo a due soli gradini dal “junk”, cartaccia, livello che obbligherebbe i gestori di fondi e gestioni patrimoniali a non investire oltre in questo genere di titoli) parlando apertamente del rischio di un “deterioramento dello scenario politico” che potrebbe mettere a rischio anche quelle prime riforme faticosamente fatte da Monti e certamente tutto meno che perfette, eque e pienamente condivise dal corpo elettorale. La china da risalire resta ripida, insomma, e seguire certi pifferai magici che negli ultimi 20 anni non sono stati in grado di evitare la caduta nel baratro non pare la migliore strategia, anche se non è detto che gli attuali “sherpa” sappiano battere sentieri molto migliori, purtroppo.

2 COMMENTS

  1. In ogni caso i conti non mi tornano!
    La logica più elementare ci insegna che se un azienda o una famiglia spendono più di quanto entri prima o poi si crea un disavanzo e vendersi i gioielli di famiglia senza aver prima tagliato le spese serve solo a rimandare il default, anzi la situazione peggiora drasticamente se si vende la casa o l’ufficio o qualsiasi risorsa che contribuisce a produrre il proprio reddito perchè alle spese si aggiungeranno anche i canoni di locazione.
    Quindi da cittadino proprio non capisco questo tipo di politica che porterà benefici e vantaggi solo ed esclusivamente a chi è pronto ad acquistare per pochi soldi ciò che lo stato si appresta a vendere.
    Non sarà che le banche dopo essersi fatte ricapitalizzare con i nostri soldi siano pronte a comprarsi in saldi il nostro patrimonio?
    E poi, continuando con questa strategia, tra qualche anno cosa venderemo? I nostri musei? le nostre opere d’arte?

  2. gli immobili pubblici vanno venduti perchè acquisiti con i soldi dei cittadini; anche svenduti perchènla gestione pubblica è fonte di altri sprechi. L’ottimo Luca Spoldi spero commenti la recente operazione Unipol-Fondiaria in cui i piccoli azionisti (quelli di Unipol appartenenti al popolo della sinistra) hanno perso il 99,9% del capitale (col beneplacito di Consob, Isvap, Tar, Consiglio di Stato)

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