Miracolo Fiat

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Archiviata rapidamente la “silly season” che aveva fatto sognare gli investitori sotto le feste di fine fine/inizio anno, i mercati azionari sono tornati alla normalità. Una normalità fatta, purtroppo, di nuove trimestrali rosso sangue, svalutazioni miliardarie in dollari o euro, nazionalizzazioni di banche, ennesimi round di aiuti statali e di tagli di posti di lavoro soprattutto negli Usa, dove solo nella settimana chiusa lo scorso 17 gennaio sono salite di 62 mila richieste le domande di indennità di prima disoccupazione (ad un totale di 589 mila, in crescita dell’82% rispetto ad un anno fa), mentre nella settimana chiusa il 10 gennaio i continuing claims (richieste di indennità per disoccupazione prolungata) sono aumentati di altre 97 mila unità toccando quota 4,61 milioni di persone (+72% su base annua), toccando in entrambi i casi il massimo dal novembre 1982.

Per questo mi lascia un po’ freddo l’entusiasmo con cui, in Italia quasi più che in America, si è celebrato l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca: certo, “l’omino nero” incarna il cambiamento, ma è pur sempre il prodotto dello stesso sistema che ha portato agli scompensi attuali e anche volendo cambiare le regole del gioco non sarà facile né immediato farlo (e soprattutto scordatevi di vedere immediati benefici per l’economia o finanche per singole aziende). Contemporaneamente si è gridato al “nuovo miracolo italiano” riferendosi all’accordo che vede Fiatconcedere a Chrysler l’accesso a tecnologia, piattaforme e mercati emergenti al momento non raggiunti dal terzo (e ormai in stato agonizzante) produttore automobilistico americano, che proprio da Obama attende, particolare non ininfluente, ulteriori e decisivi aiuti per evitare la bancarotta.

Evitiamo dunque di gridare ai miracoli e parliamo di numeri, partendo anzitutto ai vantaggi per il gruppo torinese, che sbarca negli States, a lungo “terra promessa” in cui si attendeva di entrare, senza pagare quasi un euro. Per essere precisi si pagheranno, eventualmente, al massimo 25 milioni di dollari entro i prossimi dodici mesi se si vorrà salire dal 35% al 55% del capitale, mentre la prima quota di capitale, ceduta daCerberus Capital Management, non costa nulla in termini “cash” e non comporta l’obbligo di assumere debiti pregressi o impegnarsi in investimenti (che peraltro si dovranno fare da qui a dodici mesi se si vorranno davvero far circolare delle Cinquecento e delle Alfa Romeo sulle strade degli States).

In cambio della cessione di know how sul quale il gruppo italiano ha investito in questi anni, si ottiene una rete distributiva ancora efficiente (per quanto le vendite del gruppo si siano ridotte di un terzo nel 2008 accelerando negli ultimi mesi, tanto che dicembre su dicembre le vendite si sono dimezzate). Si mette le mani su un marchio, Jeep, e soprattutto su un discreto patrimonio tecnico in un settore, quello dei Suv, dove la presenza di Torino era tuttora del tutto marginale e che in futuro, superata la crisi, potrà invece rivelarsi prezioso per irrobustire i cash flow necessari per sostenere periodicamente il rinnovo dell’intera gamma prodotti.

Punti di debolezza? Parlando con Giuseppe Berta, storico della Fiat e docente di Storia Contemporanea all’Università Bocconi, notavamo che sì, grazie al lavoro di questi anni dell’amministratore delegato Sergio Marchionne la Fiat attuale è snella e molto più internazionale di quella che nel 1992 sfiorò l’accordo con Ford per dare vita a un colosso transatlantico (e che poi, come racconta l’ex direttore generale del Lingotto,Giorgio Garuzzo, nel suo libro “Fiat, i segreti di un’epoca”, si “accontentò” di rilevare le attività europee di Ford nel settore dei camion). Ma che proprio per questo, visto le condizioni in cui versa Chrysler, l’accordo in questione è molto più vitale per il produttore di Detroit che per quello di Torino.

In più gli impianti Chrysler, come scoprirono già i tedeschi di Daimler che ancora rimpiangono l’avventura americana (Chrysler venne acquistata per 36 miliardi di dollari nel 1998 e rivenduta nel 2007 per 5,5 miliardi, ma ai costi vanno aggiunte perdite complessive per svariati miliardi di dollari registrate nel decennio), sono tutti situati in aree “storiche” dell’industrializzazione a stelle e strisce e dunque fortemente sindacalizzati. Come dire che il costo del lavoro sarà tra i più alti del Nord America, il che certo non aiuta.

Quanto a Fiat stessa, i conti dell’ultimo trimestre non hanno convinto del tutto: il consensus attendeva per il trimestre un risultato della gestione ordinaria di 590 milioni (dai 947 milioni del IV trimestre 2007) e un utile netto di 290 milioni (da 597 milioni), che avrebbe dovuto portare il risultato ordinario del gruppo Fiat per l’intero 2008 sui 3,27 miliardi (in linea coi 3,23 miliardi del 2007) e l’utile netto sugli 1,76 miliardi (2,05 miliardi nel 2007). Sulla ruota di Torino sono invece usciti un risultato ordinario di 663 milioni (per il trimestre, 3,36 miliardi per l’intero anno) e un utile netto di 180 milioni (1,72 miliardi sull’anno), a fronte di ricavi saliti a fine 2008 dell’1,5% a quota 59,4 miliardi, di cui 29,38 (+1,3%), ovvero poco meno del 50%, rappresentati dai ricavi del settore auto (che però nell’ultimo trimestre segnano un -19,3% a 6,33 miliardi).

A far scattare un campanello d’allarme è l’andamento degli oneri finanziari netti, saliti a 947 milioni di euro (564 milioni nel 2007) e del cash flow industriale netto, negativo per 5,8 miliardi di euro, che ha risentito per 2,1 miliardi di euro dell’incremento delle scorte (anche se in buona misura imputabili a Cnh e Iveco) nonostante i fermi produttivi. L’indebitamento netto industriale è così salito a 5,9 miliardi di euro (mentre gli analisti si attendevano in media un valore attorno ai 2,5 miliardi) e la liquidità si è ridotta da 6,9 a 3,9 miliardi di euro, con una posizione finanziaria netta negativa per 17,954 miliardi dai -10,778 miliardi di fine 2007.

Marchionne, che per ora smentisce di voler procedere ad un aumento di capitale come invece teme il mercato, ha pertanto deciso di non distribuire dividendi se non (per 24,8 milioni di euro) ai titoli di risparmio e di interrompere il buy-back. Notizie che subito si sono riflesse sulle quotazioni, crollato sotto sui 3,5 euro per azione, ossia quasi la metà del prezzo di esercizio delle stock option in mano a Marchionne (6,583 euro per azione) su 10,67 milioni di titoli, stock option esercitabili dal primo gennaio 2011 al primo gennaio 1016, se l’assemblea accoglierà la richiesta del Cda di modificare il periodo di esercizio (finora previsto dal 1 giugno 2008 al 1 gennaio 2010). Se credete nell’uomo che ama i maglioni girocollo blu, è una occasione di acquisto a medio-lungo termine (diciamo da qui fino al 2011 almeno). Anche se non è detto che sia la migliore, l’unica o irripetibile.

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Luca Spoldi, laurato in Finanza Aziendale all'Università Boccon, analista finanziario (è socio Aiaf dal 1998) ed ex gestore di fondi comuni e gestioni patrimoniali, ha vinto il Premio Marrama nel 2002 per i risultati della sua startup, 6 In Rete Consulting. Autore di articoli e pubblicazioni economiche, è stato docente di Economia e Organizzazione al Politecnico di Napoli dal 2002 al 2009. Appassionato del web2.0 ha fondato e dirige il sito www.mondivirtuali.it.

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