La crisi si cura con le riforme

La crisi si cura con le riforme

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Serge Foucher, capo di Sony France, “sequestrato” dagli operai dell’impianto di Pontonx-sur-l’Adour c ui aveva prima promesso la riconversione dell’impianto poi fatto spedire lettere di licenziamento senza troppo pensarci. Luc Rousselet, direttore dell’impianto farmaceutico della 3M a Pithiviers (sempre in Francia), trattenuto a sua volta in ufficio fino alla riapertura ufficiale dei negoziati relativi alle misure con cui accompagnare il taglio di 110 posti di lavoro sui 253 totali dell’impianto. Fred Goodwin, ex amministratore delegato di Royal Bank of Scotland, che vede la sua casa danneggiata da vandali e la sua macchina distrutta. Il tutto mentre negli Usa ai dirigenti AIG viene consigliato di non indossare il badge con i “colori” della compagnia fuori dai luoghi di lavoro e mentre alcune intraprendenti agenzie organizzano tour di risparmiatori “arrabbiati” fin davanti alle finestre delle case dei banchieri “aiutati” dal piano di Obama per il rilancio del settore del credito.

La crisi finanziaria ed economica è ormai anche una crisi culturale che colpisce a morte la figura del “megadirettore”, per dirla alla Fantozzi, del dirigente che siede su poltrone “in pelle umana” guadagnando bonus milionari anche quando l’azienda da lui diretta (magari distrattamente, come James Cayne, ex padre-padrone di Bear Stearns, che in mezzo al collasso dell’istituto seguiva i Cda più dai campi da golf che dal suo ufficio) va a picco e con lei vanno a picco centinaia o migliaia di dipendenti. I quali dovranno “darsi da fare a trovare un lavoro” avendo, mal per loro, fatto affidamento su leader che non si sono dimostrati degni del ruolo e delle prebende.  Stupisce, soprattutto ma non solo in Italia, che governi solitamente risoluti nel decidere “per il bene superiore della società” persino questioni di coscienza assolutamente individuali (vedasi il dibattito sul testamento biologico) omettano di intervenire con poche, semplici, regole, imponendo ad esempio un tetto ai compensi che possono essere erogati ai vertici di quelle imprese che, in difficoltà, chiedono aiuto allo stato.

Si dirà: un vincolo agli stipendi viola il mercato. E allora? Dove sta scritto che il mercato sia l’unico e il miglior mezzo per stabilire il valore di una persona? Evidentemente se dall’empireo delle idee pure scendiamo in questo girone infernale chiamato Terra ci rendiamo subito conto che il mercato, così com’è ora, ossia imperfetto, in mano a piccoli oligopoli, a cordate e gruppi di potere, con molta opacità e poca o punto voglia di realizzare meccanismi di reale incentivo e tutela della concorrenza, non funziona due volte. Una prima volta non funziona perché garantisce la sopravvivenza non delle aziende meglio gestite o più innovative, ma solo di quelle meglio “ammanicate”, più protette dalla concorrenza. Una seconda volta perché, quando “l’eccesso di tutela” porta alla morte economica dell’azienda, il “non-mercato” trova sempre il modo di scaricare l’onere del fallimento non sui suoi responsabili ma sulla collettività (l’esempio di Alitalia credo possa bastare a tutti).

Come se ne esce? Sfruttando senza esitazione la crisi come occasione di discontinuità per introdurre quelle riforme pro-concorrenza che sole potranno garantire comportamenti “virtuosi” del mercato e dei suoi partecipanti in futuro. Attenzione: il passaggio da un’economia ancora pesantemente corporativa e caratterizzata da comportamenti collusivi come quella italiana (ma non solo) ad un’economia realmente aperta è un passaggio che va certamente gestito con responsabilità, anche perché è tale da generare all’inizio più svantaggi  (per coloro che debbono rinunciare alle rendite di posizione conquistate in passato) che non benefici (che si manifesteranno solo nel tempo con la maggiore competitività acquisita). Ma è un passaggio ineluttabile, se si vuole costruire la società di domani su fondamenta più solide di quelle odierne. E non dover temere (o augurarsi, a seconda dei punti di vista) nuovi sequestri e danneggiamenti ai top manager di questo o quel gruppo.

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